Home Distribuzione Lo spezzatino di Mercatone Uno: che fine hanno fatto i punti vendita?
Lo spezzatino di Mercatone Uno: che fine hanno fatto i punti vendita?

Lo spezzatino di Mercatone Uno: che fine hanno fatto i punti vendita?

988
0

C’è di tutto tra gli acquirenti delle strutture di vendita appartenute a Mercatone Uno: tanti cinesi, alcune insegne non food, anche un kartodromo e un ristorante giapponese. La metà dei negozi è ancora invenduta.

 

Nel 2016, anno del primo fallimento, la rete di vendita di Mercatone Uno contava 79 centri (anche se solo 59 erano operativi), per lo più location interessanti con metrature importanti. Il bando dell’asta prevedeva solo offerte per tutto il pacchetto: marchi, strutture, magazzini e ovviamente dipendenti. Sappiamo come andò a finire, l’unica offerta fu di uno sconosciuto compratore che in breve condusse l’insegna ad un secondo fallimento. Siamo al 2019, oltre 20 store si erano già persi per strada tra varie vicissitudini, ma ne rimanevano ben 55. Anche i nuovi commissari provarono a vendere l’azienda nella sua interezza, ma di nuovo nessuno si fece avanti e partì la dismissione ‘spezzatino’ negozio per negozio.

 

Da allora è stato uno stillicidio di notizie sulla cessione di singoli punti vendita sulla base delle quali anche noi, che continuiamo a seguire la vicenda, non siamo in grado di fare un bilancio esatto, soprattutto di quelli ancora rimasti da collocare che certamente sono molti, valutiamo la metà circa. Proviamo a fare un bilancio sulla base delle informazioni di cui disponiamo.

 

Le insegne che hanno rilevato più negozi sono due.

 

9 centri Max Factory, insegna di proprietà cinese ma gestita da management italiano che vende abbigliamento e articoli per la casa (casalinghi, cartoleria, tessile, decorazione) ha acquisito le seguenti location: San Michele all’Adige (TN), Rottofreno (PC), Cesano Maderno (MB), Trecate (NO), Madignano (CR), Pavia, Legnago (VR), Rubiera (RE), Gravellona Toce (NO).
8 centri Risparmio Casa. La nota catena di discount non food laziale è subentrata nei negozi di: Lodi, Monterosi (VT), Bologna Navile, Villanova d’Albenga (SV), Sacile (PN), Coriano (RN), S. Giuseppe di Comacchio (FE), Castelfranco Emilia (MO).

 

Abbiamo notizia poi di 10 altre location vendute a singoli investitori nei settori più disparati, per lo più sono rivenditori cinesi di abbigliamento e articoli per la casa, ma c’è anche un kartodromo e un ristorante cinese.

 

• Surano (LE), Civitanova Marche (MC), Crevoladossola (VB), Romagnano Sesia (NO), Reana del Rojale (UD) sono diventati bazar di abbigliamento, per lo più cinesi, ma non tutti.
• L’insegna di abbigliamento Globo ha acquisito Lucca.
• San Cesario (LE) è diventato showroom dell’ecommerce di arredobagno Deghi.
• Russi (RA) è stato acquisito da una società che controlla 30 negozi Trony; non è ancora riaperto ma si suppone sia quella la destinazione.
• All’interno del negozio di Bari è stato aperto un kartodromo, mentre in quello di Mappano (TO) un grande ristorante giapponese.

 

In definitiva, secondo i nostri calcoli, di 55 location ne sono state collocate ad attività commerciali 27, mentre altre 28 sono ancora in cerca di un acquirente: potremmo esserci persi qualche vendita (e ringraziamo per eventuali segnalazioni), alcuni edifici potrebbero essere stati convertiti in magazzini o altre funzioni non commerciali, nel qual caso è difficile averne notizia, ma grosso modo il conteggio dovrebbe essere questo. Nel frattempo, la cassa integrazione è scaduta, i dipendenti sono stati definitivamente licenziati e molte delle licenze legate alle strutture di vendita sono scadute, anche se generalmente i comuni sono ben lieti di riattivarle quando un acquirente si prende in carico questi edifici spesso in stato di abbandono.