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Mercatone Uno, indagati anche i commissari: non dovevano vendere a Shernon

Mercatone Uno, indagati anche i commissari: non dovevano vendere a Shernon

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Indagati i commissari dell’amministrazione straordinaria di Mercatone Uno: non dovevano e non potevano vendere a Shernon Holding.

 

Insieme agli ex amministratori di Shernon Holding, finiscono indagati dalla procura Milano, che dal 2019 indaga sul fallimento di Mercatone Uno per bancarotta fraudolenta, anche i tre commissari governativi che si sono occupati dell’amministrazione straordinaria gestendo di fatto l’insegna e soprattutto le procedure di vendita.

 

L’accusa è di “causazione del dissesto per effetto di operazioni dolose” che hanno generato un buco di ben 91 milioni di euro a causa di una “squilibrata operazione trilaterale” tra gli ex commissari dell’amministrazione straordinaria, Shernon Holding e Gordon Brothers International grazie a contratti “non conformi al provvedimento di autorizzazione del Mise”. La triangolazione sotto accusa è piuttosto intricata ed è ben spiegata in un articolo di Gianluca Paolucci su La Stampa, che è possibile consultare nel sito dell’Associazione Fornitori di Mercatone Uno cliccando qui. Dall’articolo si capisce come gli ex amministratori di Shernon Holding hanno ricavato un lauto guadagno dall’operazione.

 

Nella sostanza l’accusa sostiene che i commissari non avrebbero dovuto vendere a Shernon Holding, ne avevano il mandato per farlo, nella situazione che si era venuta a creare. Infatti, inizialmente la società acquirente (completamente sconosciuta) si era presentata con il supporto finanziario del fondo di private equity Tpg (uno dei più grandi e ricchi al mondo), fondo che si era tirato indietro a pochi giorni dalla conclusione della cessione. A quel punto, secondo la Procura di Milano, ma anche secondo il buon senso, i commissari avrebbero dovuto chiudere la procedura e dichiarare il fallimento, procedendo con la vendita dei singoli negozi al migliore offerente, come è poi comunque accaduto. Così non è stato e il buco lasciato dal primo fallimento (150 milioni) è salito a 240, per lo più a spese dei fornitori e dello Stato.